Una conversazione con Michael Schratz sulla Leadership scolastica e le visite alle scuole

In collaborazione con Michael Schratz *

Alla luce delle principali questioni educative discusse durante la conferenza ICSEI del 2020 tenutasi a Marrakech, la Redazione di Valu.Enews ha incontrato il professor Michael Schratz, docente di politiche educative all’Università austriaca di Innsbruck e già Presidente dell’ICSEI. Leadership e apprendimento sono tra i principali settori di competenza del Professor Schratz. Come docente presso il Dipartimento di Formazione degli insegnanti e ricerca scolastica dell’Università di Innsbruck ha pubblicato numerosi libri e articoli, sia in tedesco che in inglese, alcuni dei quali tradotti in diverse altre lingue. È stato invitato a tenere numerose lectures in occasione di svariate conferenze accademiche internazionali, così come nell’ambito degli eventi coordinati dalla Commissione Europea e, più in generale, dell’Unione Europea e ha svolto attività di consulenza scientifica presso ministeri statali e provinciali.

Come Responsabile e fondatore della School of Education dell’Università di Innsbruck, si è prevalentemente impegnato per la riforma austriaca della formazione degli insegnanti. Nella sua veste di Direttore accademico dell’Accademia Austriaca sulla Leadership, si è inoltre dedicato a una formazione professionale innovativa di oltre 3000 tra dirigenti scolastici e insegnanti. È stato premiato come Membro a Vita dell’ICSEI dal suo collega Past President Professor Andy Hargreaves del Boston College (Singapore, 2018) per il suo impegno scientifico in ambito scolastico e per il miglioramento dei sistemi educativi.

Professor Schratz, dopo la prima Conferenza ICSEI in Africa, può riassumere il percorso dell’ICSEI per favorire una partecipazione scientifica globale alle riunioni internazionali dell’ICSEI? 

«Da molti anni il Comitato scientifico dell’ICSEI ha cominciato ad avvertire l’importanza di attrarre sempre più partecipanti provenienti dal Sud del mondo, offrendo, in particolare, borse di studio e riduzioni o esenzioni dalle tasse di partecipazione. Tali interventi sono stati effettuati alla luce della priorità dell’ICSEI tesa a promuovere l’inclusione. Già durante il mandato che io e il Professor Hargreaves abbiamo condiviso come Presidente in Carica e Presidente Eletto, abbiamo coordinato una raccolta di dati mediante interviste a oltre 20 membri dell’ICSEI provenienti da tutto il mondo rispetto alle priorità che essi identificavano sul lavoro che doveva essere condotto, raccogliendo una serie di raccomandazioni per il miglioramento. La relazione dei risultati di questa ricerca ha poi portato a intense discussioni tra i membri del Comitato Direttivo Consiglio di Amministrazione, portando alla costituzione di diversi gruppi di lavoro finalizzati a elaborare nuove soluzioni per il futuro. Uno di questi gruppi di lavoro, composto da 16 membri dell’ICSEI provenienti da nove paesi, si è occupato di equità, giustizia sociale e diversità, con la missione di prendere in esame lo stato dell’arte su questi temi in seno all’ICSEI al fine di sviluppare nuove idee migliorare l’inclusione. Il gruppo di lavoro si è preoccupato, nella fattispecie, di come un’organizzazione globale come l’ICSEI potesse rendere giustizia e riflettere il più inclusivamente possibile la diversità dei protagonisti dell’educazione provenienti da tutto il mondo. Uno dei suoi obiettivi principali è stato quello di capire sino a che punto fosse effettiva la possibilità per i ricercatori di tutto il mondo di prendere parte ai Congressi. Un altro obiettivo di questo gruppo di ricerca è stato quello di esaminare quanto il Congresso stesso fosse modellato in termini di equità e diversità, principalmente quanto alla selezione dei relatori e alla pluralità di sessioni di lavoro (comprendendo un esame delle lingue di lavoro e la disponibilità di sistemi efficaci per la traduzione dei discorsi e delle lectures). I risultati di questo lavoro pluriennale sono stati raccolti in un rapporto interno che si concentrava, relativamente a tali tematiche, sui punti di forza, sui punti di debolezza, sulle opportunità e sui rischi. Tra le diverse raccomandazioni presentate al Comitato Direttivo dell’ICSEI, possiamo ricordare in primo luogo: il requisito di relatori e Keynote speakers provenienti da diversi contesti nazionali di riferimento; la promozione della diversità per quanto riguarda le diverse sessioni della Conferenza, offrendo partenariati di tutoraggio o spazi congressuali dedicati ai gruppi nazionali più sottorappresentati; un più esplicito impegno dell’ICSEI per promuovere la diversità; la necessità di introdurre nuovi workshop su esperienze innovative ma poco conosciute; l’acquisizione di sponsor per offrire borse di studio ai partecipanti provenienti dai paesi più svantaggiati; la necessità di ridurre il più possibile la quota di iscrizione alla Conferenza per i partecipanti provenienti dai paesi più svantaggiati; la necessità di ospitare le conferenze anche nei paesi più svantaggiati, favorendo una più capillare diffusione delle pubblicazioni dei materiali scientifici della Conferenza».

Ritiene che le visite alle scuole degli Stati in cui si tengono annualmente le Conferenze internazionali siano momenti rilevanti per chi vi prende parte? Possiamo identificare alcuni elementi comuni che più di altri caratterizzano le scuole efficaci? 

«Le visite scolastiche e le visite ad altre istituzioni educative durante le Conferenze internazionali non sono da considerarsi un di più rispetto ai lavori scientifici che si tengono durante la Conferenza vera e propria, ma anzi rappresentano un’esperienza essenziale per chi voglia comprendere meglio il contesto socioculturale, politico ed educativo del paese che anno per anno ospita la Conferenza. Mentre le presentazioni e i seminari della Conferenza si concentrano su un approfondimento multidisciplinare sui più innovativi approcci per il miglioramento dei sistemi scolastici nazionali o regionali (spesso alla presenza dei Ministri della Pubblica Istruzione dei paesi ospitanti), ritengo ciascuna singola scuola che opera a livello locale rappresenti una parte essenziale nell’impegno a promuovere una riforma educativa che sia il più possibile efficace e duratura: in questo senso è davvero fondamentale anche il contributo del personale che lavora a scuola, dal dirigente scolastico al singolo. Ecco che le visite scolastiche promosse dall’ICSEI offrono quindi molteplici prospettive su come vengono attuate concretamente le politiche educative non solo osservando l’insegnamento nelle diverse classi ma avendo l’opportunità di scambiare opinioni sul campo con molti attori locali. Nella maggior parte dei casi tali visite portano anche a discussioni e vivaci scambi tra i diversi interlocutori che partecipano alle visite stesse, spesso provenienti da paesi e contesti educativi profondamente diversi. Nella mia lunga esperienza nella visita alle scuole promosse dall’ICSEI in molti paesi e in diversi continenti, gli scambi tra politici, ricercatori e professionisti dell’educazione rispetto alle diverse esperienze delle scuole dei propri territori sono stati almeno altrettanto gratificanti e (in)formativi rispetto alla grande mole di lavori e dibattiti scientifici delle plenarie e delle sessioni parallele. Se guardo in retrospettiva a quanto ho appreso da queste coinvolgenti visite alle scuole posso identificare alcuni tratti comuni che meglio caratterizzano le scuole di successo, tese a promuovere sistemi educativi di qualità. Una scuola efficace, in particolare…

…è caratterizzata da una intrinseca energia organizzativa, indipendentemente dalle pressioni esercitate secondo un approccio top-down;…si fonda su una leadership il più possibile collaborativa;…lavora a stretto contatto con i propri partner: con le altre scuole, con la propria comunità di riferimento, con altri istituti di ricerca, nonché spesso con le imprese e le organizzazioni culturali;…utilizza la valutazione e l’apprendimento professionale per riflettere su se stessa e per fissare nuovi obiettivi all’insegna di un miglioramento continuo;…coinvolge tutti coloro che sono interessati nei processi di miglioramento scolastico, stabilendo opportunità di collaborazione in un processo decisionale trasparente;…ha ben chiaro un obiettivo di miglioramento della qualità dell’istruzione e dell’apprendimento».  

Può aiutarci a definire, o almeno a descrivere, in che cosa consista la leadership scolastica? 

«Diamo un’occhiata alla figura rappresentata in questo articolo: essa è la rappresentazione del modello teorico formulato da Hinterhuber che utilizziamo nella nostra Accademia Austriaca sulla Leadership. Penso che questo modello sia davvero interessante e utile, nel momento in cui esso attribuisce alla Leadership e alla gestione dei processi scolastici degli atteggiamenti, una mentalità e delle azioni differenziate, declinandoli mediante l’affascinante concetto orientale di Yin-Yang. Secondo la metafora dello Yin-Yang, per esempio, non può sussistere una divisione netta tra la gestione dei processi e la Leadership, sebbene le loro caratteristiche siano anche sono distinte. Non esiste un aut-aut ma un et-et. Gestire un processo contiene in sé elementi di Leadership e viceversa. La gestione dei processi comporta un’adeguata conoscenza delle norme, laddove la leadership consiste maggiormente in un atteggiamento (anche morale) fondato sull’autorevolezza. Coordinare o gestire senza chiari riferimenti morali può essere altrettanto problematico che il mancato rispetto di una data norma. Molte volte essere semplicemente competenti nell’esercitare la gestione risulta qualcosa di più semplice acquisizione rispetto alla capacità di avere Leadership, non da ultimo perché la leadership non è mai un atto da solisti. Piuttosto la Leadership è un’attività che esorta anche gli altri a raggiungere e affrontare le proprie sfide individuali, aiutandoli nel fornire loro le chiavi per superare le proprie sfide. I dirigenti scolastici devono tenere presente le esigenze che provengono da più parti, non solo all’interno della propria scuola ma anche nella società più in generale – pensiamo alle esigenze della comunità o a quelle della politica, ecc., e devono attivarsi per trovare soluzioni adeguate a prospettive non soltanto diverse tra di loro ma spesso anche confliggenti tra loro».  

In che modo, secondo Lei, gli studi sulla formazione possono dare un contributo alla vita quotidiana delle scuole?

«Quando un camminatore osserva una mappa, sa di non avere a che fare con il territorio vero e proprio in cui si trova: allo stesso modo, molte teorie dell’apprendimento, non si può negare, propongono degli approcci per lo più teorici e che quindi, inevitabilmente, non riescono a predeterminare quali saranno precisamente le esperienze concrete che si verificheranno nell’ambito dell’insegnamento e dell’apprendimento in classe. Per comprendere allora che cosa significhi effettivamente insegnare nella vita quotidiana giorno dopo giorno, occorre che l’insegnamento non venga più studiato in modo astratto; piuttosto deve essere portato sullo stesso piano delle esperienze concrete vissute dai singoli insegnanti e dagli studenti. In un progetto mirato a valutare gli effetti della riforma scolastica sull’apprendimento degli studenti, abbiamo sviluppato un approccio di ricerca finalizzato a concentrare lo sguardo il più possibile sulle reali esperienze di apprendimento in classe degli studenti, a mano a mano che esse prendevano vita, e non solo a misurare i risultati dell’apprendimento. In tedesco, diciamo che, per fare questo, la ricerca deve prestare quanta più attenzione possibile a ciò che accade, diciamo così, “lernseits” (cioè: “oltre l’istruzione”), il che ci chiede di imparare a riconoscere il valore dell’unicità di ogni singola esperienza dei diversi contesti educativi, in cui insegnamento e apprendimento avvengono in una dinamica interdipendente. Si tratta di un modello di comprensione che potremmo definire ‘reattivo’, al centro del quale risiede la necessità di andare oltre un modello fondato sull’insegnamento del singolo docente per l’apprendimento degli studenti. Si tratta, piuttosto, di imparare a contemperare anche altri momenti esperienziali, tenendo a mente il concetto di “descrizione ampia” (o “thick description”), formulato da Geertz, una nozione che richiede al ricercatore di tener conto nella sua indagine anche dei momenti tangibili e concreti. Tale approccio, in quanto tale, riesce a catturare le esperienze percepite sul campo – in medias res – dal ricercatore. I ricercatori sono consapevoli che la possibilità di catturare questi momenti è un atto di grande significato, ma a tal fine può aiutare il lavoro di ricerca anche un ventaglio di altri dati (ossia conversazioni, fotografie, analisi documentali), elementi che possono quindi aiutare l’osservazione diretta del ricercatore, orientandola. Un set ‘ampio’ di questo tipo, insomma, riesce a fornire informazioni sulla base dell’esperienza e possono meglio aiutare a comprendere l’esperienza concreta. Quando, per esempio, disegniamo delle vignette o scriviamo dei testi, questi processi sono caratterizzati da cicli di abbozzatura, di rilettura e di ‘lucidatura’: si tratta di un modo di scrittura ‘ricorsivo’. Applicando questa descrizione al nostro campo di interesse, come primo passo, occorre che i partecipanti alla ricerca (in particolare gli studenti e i loro insegnanti) siano invitati inizialmente a impersonare i personaggi di una prima bozza, una vignetta “grezza”, una procedura inizialmente volta a riconoscere e validare il loro modello comunicativo. Il processo che ne consegue, in un secondo momento, è finalizzato ad accedere all’essenza delle esperienze concrete del nostro gruppo di ricerca di riferimento. Davanti a gruppi di almeno tre persone, il ricercatore legge ad alta voce la descrizione della sua ‘prima bozza’ di osservazioni, notando le reazioni dei diversi membri del gruppo, che sono immersi in un delicato processo di verifica inerente l’uso delle parole e dei concetti finalizzati a catturare in modo pluralistico l’esperienza concreta nel modo più preciso, vivido e completo possibile». 

Michael Schratz è docente di politiche educative all’Università di Innsbruck (Austria) e già Presidente dell’ICSEI, oltre che esperto internazionale sulla leadership e l’apprendimento. È responsabile e fondatore della School of Education dell’Università di Innsbruck e Membro a Vita dell’ICSEI.

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